Tutto per un bacio, in pratica dato a uno specchio, che però restituisce un’immagine perfettamente complementare. Morire, anzi svanire, solo per arrivare, al culmine di una trilogia sfibrante ed emotivamente devastante, a quel bacio che pure era scritto, fin dall’inizio, nel destino. Inevitabile. E che diventa il suggello finale di una storia di futuri che sono solo passati (il futuro, quello vero, è sempre e comunque perduto, ci insegna K-Punk) che ambisce a parlare un linguaggio universale e ad alimentare una delle più clamorose manifestazione di potenza commerciale e cultura popolare globale: la saga di Star Wars.
Il bacio di Kylo Ren e Rey: dopo l’ennesima morte dell’imperatore Palpatine, dopo la resurrezione della stessa Rey, dovuta al sacrificio di Kylo, qui tornato a essere Ben Solo, il figlio della principessa Leila (resto fedele alla vecchia denominazione, perdonatemi) e di quello scavezzacollo intergalattico di Han Solo. Nonché nipote di Darth Fener, il nonno, e di Luke Skywalker, lo zio. Inevitabile che, con un tale albero genealogico, il ragazzo sia cresciuto con un certo fardello familiare e con modelli che, come minimo, generano una comprensibile ansia da prestazione.
E così, tra tanti modelli così lontani e così vicini, il giovane Ben si trova a scegliere - senza troppe motivazioni, forse perfino controvoglia - il Lato oscuro, si trova a diventare un cattivo iconico, con quella maschera improbabile (ma che per JJ Abrams serviva a conquistare i bambini), con quella spada spaventosamente frastagliata, bruciante, luminosa ma sporca. Tutto nella norma? Eh, forse no, perché come la spada, anche il personaggio di Kylo Ren è frastagliato, pieno di sfaccettature e ambiguità che la grande macchina del consenso di Star Wars trasforma in scelte prevedibili, nella loro incostanza, fino allo scontato gran sollievo finale dell’intervento decisivo a salvare, lui così imperfetto e fragile, la sua figura gemella e con lei il mondo. Ma Kylo è meno banale di tutto questo, anzi, la sua debolezza sfida la retorica della saga inglobata dalla bocca sconfinata della balena disneyana, la sfida con le stesse armi imprevedibili che gli ha assegnato la sceneggiatura, in una eterogenesi dei fini che somiglia allo scardinamento segreto del meccanismo del realismo capitalista, che implode a un certo punto per la stessa follia che sostiene le sue logiche (e viene in mente il Comma 22 di Joseph Heller).
Perché dietro la maschera (in tutti i sensi) c’è un volto (Adam Driver, anomalo e affascinantissimo) ed è un volto che serve ai film, che ritorna di continuo, in una sorta di bipolarismo visivo delle due anime del personaggio, letteralmente spezzato in due alla maniera manichea che piace ai fumetti e al cinema dei supereroi, ma sotto la superficialità apparentemente ingiustificata di certi atteggiamenti (e si sente qualcosa della profondità perduta dello Spider di David Cronenberg) la ferita del personaggio è vera, al di là della narrazione che ce ne viene fatta e che resta l’unico spazio in cui lui dovrebbe essere legittimato a esistere. Ma Kylo Ren, molto più di Darth Fener che è un malvagio assai più lineare (la sua spada laser rossa fa paura, ma non pulsa: Fener è un pianeta, Ren è una stella, e non c’è bisogno di ricorrere alle citazioni da cioccolatino di Nietzsche per renderci conto dell’abissale differenza) buca lo spazio di esistenza definito dal tempo dei film, diventa una sorta di errore invisibile del Sistema che continua a fare circolare liberamente quella sua ferita interiore: a un certo punto forse manderà tutto in crash, oppure non accadrà nulla e ogni cosa continuerà come prima, business as usual, come piaceva ad Han Solo.
(Han Solo, appunto. Il padre a cui ribellarsi. Tutta la saga di Star Wars cita i rudimenti psicanalitici della distruzione del padre, sempre mitigandogli alla fine, naturalmente. Succede anche con Han e Ben, perché il modo in cui il figlio lo uccide è davvero troppo inutile e scontato, è un vulnus direbbero i masticatori del diritto, rivolto al pubblico, che si commuove, si stupisce o si arrabbia, ma quella scena non la merita, è fatta male, fa venire in mente Pirandello che diceva che i fatti in sé sono sacchi vuoti. Ecco, la morte dell’Indiana Jones delle galassie è solo un fatto vuoto, non ha null’altro intorno. Tanto da richiedere l’ennesimo fantasma - in una delle scene, questo sì, più belle del nono episodio - che su una scogliera da sturm und drang siderale arriva a rimettere a posto gli errori, ma sono gli errori cinematografici il problema, molto più che il carattere difficile e incostante di Ben. Che in fondo restando un cattivo fino quasi alla fine non fa che continuare a punire se stesso. Anche qui sembra che ciò che il grande fratello con le orecchie di Topolino non ha riesce a vedere sia il meccanismo con cui i suoi stessi film escono da loro stessi, dalla loro gabbia di puro consumo e controllo, per liberarsi e volare via, come spore o come gli spruzzi di un’onda poderosa, quando si frantuma sulla roccia. L’onda sembra non esserci più, sembra avere ripetuto il destino previsto, ma non è così: è solo sfuggita al nostro limitato campo di ragionamento).
Mark Fisher ha scritto che “è stato proprio Star Wars a insegnarci cosa significa vendersi” e Kylo Ren, con i suoi milioni di pezzi di merchandising venduti, certamente conferma questa lettura. Però, forse, forse, in qualche modo, il personaggio è così incontrollabile, così scisso, così disperso in abissi di complessità (abbozzata, ma che si autoalimenta), da riuscire, dal fondo del pozzo del mainstream più integrato, a smentire il ragionamento di Mark, in senso - adesso sì - veramente apocalittico. E lo fa in segreto e per un bacio, quel bacio, quell’unico fantastico bacio.
Il bacio di due spettri oltre gli spettri.
(Che provano a rivendere al Mercato la sua stessa merce, per poi andare liberi verso il Nulla).

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